Leggiamo in questi giorni sui quotidiani locali che uno studente universitario residente in Provincia di Sondrio non ha potuto usufruire degli appartamenti forniti dall'amministrazione provinciale nella città di Milano perché sprovvisto della cittadinanza italiana. Come movimento "Giovani Democratici della Provincia di Sondrio" desideriamo esprimere la nostra piena solidarietà ed il nostro appoggio alle associazioni "Avvocati per niente" e "Naga", che hanno contestato il carattere discriminatorio del requisito, chiedendo che anche gli studenti residenti in Provincia di Sondrio da più di 5 anni (come previsto dal bando di assegnamento degli alloggi) ma privi di cittadinanza italiana possano accedere agli appartamenti destinati a chi è più economicamente disagiato. Abbiamo salutato con favore la risposta data dall'assessore Carabini alle associazioni, in cui si assicurava che dal prossimo anno il requisito in questione sarebbe stato eliminato e che la modifica non è stata apportata già da quest'anno soltanto perché non è possibile modificare un bando già pubblicato.
A spegnere il nostro entusiasmo è però giunta una dichiarazione di ben altro carattere del Presidente della Provincia, che ci ha lasciati semplicemente allibiti. Nella propria comunicazione alla stampa, il Presidente ha dichiarato (citiamo testualmente) che trova "provocatorio mettere in discussione il diritto che viene dall'essere cittadini italiani rispetto a chi non lo è"; a parte l'evidente confusione tra "diritto" (che spetta a tutti) e "privilegio" (che appartiene solo ad alcuni), riteniamo che sia assolutamente inaccettabile dividere gli studenti in "serie A", dotati di cittadinanza e che quindi hanno accesso alle agevolazioni provinciali, e "serie B", che pur affrontando gli oneri dello studio nelle università milanesi (a cui si aggiungono i costi degli spostamenti tra provincia di Sondrio e capoluogo lombardo) non possono ambire ad essere aiutati dalla propria provincia perché privi di cittadinanza italiana.
Il Presidente della Provincia proseguiva poi, sempre con gli stessi toni, aggiungendo dichiarazioni inequivocabili: "trovo illegittimo ed aberrante accusare di discriminazione una scelta amministrativa rivolta a favorire i giovani della mia provincia che prima di tutti hanno il diritto di essere aiutati dai propri amministratori". La cosa ci lascia senza parole: chi abita in Provincia di Sondrio da anni, studia e compie sacrifici non è degno di essere considerato un "giovane della sua provincia" se non è italiano al 100%? Al di là della palese violazione della legge Bossi-Fini (che qualifica come discriminazione l'escludere cittadini stranieri dall'acceso all'alloggio ed all'istruzione), è lo spirito che sostiene la norma della Provincia ad apparirci moralmente ingiustificabile, e che ha destato la nostra più viva indignazione.
La dichiarazione del Presidente Provera si concludeva con la promessa che avrebbe "difeso il valore della cittadinanza in ogni sede"; peccato che, a giudicare dalle sue dichiarazioni, la cittadinanza per lui sia una sorta di titolo nobiliare, capace di garantire a chi ne è in possesso privilegi e vantaggi su chi ha avuto la sfortuna di non essere nato "sangue blu". Non è esattamente lo spirito con cui la Costituzione definisce i diritti dei cittadini; senza contare che è stato proprio un organo della Presidenza del Consiglio dei ministri, l'Ufficio nazionale anti-discriminazione razziale (UNAR) a denunciare l'illegittimità della situazione.
In conclusione, ci auguriamo che il Presidente della nostra Provincia si faccia un esame di coscienza, e si unisca alle dichiarazioni del suo assessore Carabini, che -lo ricordiamo ancora- ha invece dichiarato che il requisito della cittadinanza italiana sarà eliminato già dal prossimo bando, come la legge italiana (ed il semplice buonsenso) richiede.
Giovani Democratici
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sabato 17 gennaio 2009
martedì 6 gennaio 2009
Questione Malpensa...
Ecco l'articolo che ho scritto per Repubblica pubblicato oggi. La vicenda di Malpensa e della nuova Alitalia, con le sue implicazioni per Milano e la Lombardia, merita di essere giudicata con attenzione soprattutto dai cittadini. Rappresenta probabilmente l’emblema delle debolezze di questo paese, ma questa volta a partire proprio dal “grande” nord. Nemmeno un anno fa, verso la prima ipotesi di accordo Alitalia-AirFrance, si è giocata contro il governo di centrosinistra una parte importante della campagna elettorale che portò alla vittoria di Silvio Berlusconi. Per settimane dai Palazzi più importanti di Milano e dalle Istituzioni lombarde, decine di autorevoli esponenti del centrodestra lanciarono i loro strali contro qualsiasi accordo con la compagnia d’oltralpe. La Lega Nord, fiutando il vento elettorale, pensò bene di organizzare anche un presidio direttamente in aeroporto, con tanto di slogan contro “AliRoma”. Si mosse una parte della politica. Ma si mossero anche settori dell’economia, dell’industria, della finanza locale e qualificati opinionisti. Non è passato nemmeno un anno da tutto questo e oggi ci troviamo ad assistere ad una scena che molti, non ha torto, definirebbero tragicomica se non avesse pesanti ripercussioni per centinaia di lavoratori e famiglie. La nuova Alitalia sta per siglare l’accordo proprio con AirFrance a condizioni decisamente peggiori, sul piano dei costi e sulle strategie di sviluppo per Milano, di quelle della prima ipotesi. Per difendere il totem dell’italianità sono stati usati, in un momento di grave crisi, ben 4 miliardi di euro presi dalle tasche dei cittadini e qualsiasi logica concorrenziale è stata sospesa. La nuova compagnia ridurrà ulteriormente il proprio impegno su Malpensa; basta rilevare che ad oggi prevede tre soli voli intercontinentali. Tutto questo accade senza che chi si unì al coro dello scandalo un anno fa, a partire da tanti imprenditori e uomini della finanza, batta ciglio. Le recenti dichiarazione del Sindaco Moratti oggettivamente non bastano mentre merita sicuramente una citazione l’On. Roberto Castelli che continua a parlare della vicenda come se fosse appena sbarcato da Marte, dimenticando di essere, proprio lui, l’unico Sottosegretario lombardo alle Infrastrutture. Questo è quello che abbiamo visto nelle giornate scorse e immaginiamo possa bastare ai cittadini per farsi una opinione sui comportamenti dei diversi attori coinvolti. Ma ora cosa si può fare per il futuro di Malpensa? Noi vogliamo tenere fede al ragionamento che abbiamo sempre fatto, ieri con il centrosinistra al governo ed oggi con il centrodestra: bisogna separare il destino di Malpensa da quello della compagnia della Magliana. Non basta sperare in Lufthansa. Bisogna agire subito per garantire alla compagnia tedesca, così come ad altri vettori internazionali, di potersi misurare ad armi pari con lo sviluppo del nostro scalo più importante. E per farlo diventa decisiva la battaglia sulla rapida riassegnazione degli slot che non verranno utilizzati da Alitalia e sui nuovi accordi per liberalizzare i diritto di volo. Non lo diciamo da oggi, lo proponiamo da mesi. L’On. Castelli e gli altri hanno intenzione di aspettare ancora o intendono muoversi su questo punto cruciale? Purtroppo non è ancora chiaro. Rimane il fatto che a noi lombardi questa vicenda dovrebbe insegnare alcune cose: non sempre, in politica, chi urla per la difesa degli interessi del territorio che dice di voler rappresentare poi agisce di conseguenza. E non sempre, in economia, chi si fa paladino a parole della concorrenza e del mercato è pronto a comportarsi di conseguenza quando dovrebbe. Questa volta però non succede solo a Roma. Questa volta accade anche a Milano. Maurizio Martina
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giovedì 4 dicembre 2008
Come si fa a riscrivere la storia...
Chiedetelo a Bush...
Un'altro triste capitolo dell'amministrazione Bush...
Ho letto questo reportage e ne sono rimasto colpito...sbalordito direi...
vi posto solo il link:
http://www.repubblica.it/2008/12/sezioni/esteri/bush-iraq/casa-bianca-storia-aggiustata/casa-bianca-storia-aggiustata.html
Mi ha colpito anche a causa dei miei studi internazionalistici che pongono diversi dubbi sulla guerra preventiva e altre stranezze in tema di guerra e diritto internazionale da parte della super potenza USA...
Dal Nicaragua all'Iraq...
ciao ragazzi
Giuseppe
Un'altro triste capitolo dell'amministrazione Bush...
Ho letto questo reportage e ne sono rimasto colpito...sbalordito direi...
vi posto solo il link:
http://www.repubblica.it/2008/12/sezioni/esteri/bush-iraq/casa-bianca-storia-aggiustata/casa-bianca-storia-aggiustata.html
Mi ha colpito anche a causa dei miei studi internazionalistici che pongono diversi dubbi sulla guerra preventiva e altre stranezze in tema di guerra e diritto internazionale da parte della super potenza USA...
Dal Nicaragua all'Iraq...
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Giuseppe
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giovedì 30 ottobre 2008
IL funerale dell'Università
Fonte Aldo Schiavone - La Repubblica
L´inasprirsi dello scontro sulla scuola � in Parlamento e nelle nostre città � è una pessima notizia per il Paese. Un´Italia preoccupata, abbuiata e stanca, sull´orlo di una pericolosa recessione (ma Tremonti ieri ha appena detto che ci aspetta qualcosa di ancora peggiore), avrebbe bisogno d´altro che di un´inutile prova di forza. Stia attento il presidente del Consiglio, e non sottovaluti l´iniziativa del Pd di chiedere un referendum. Le opinioni cambiano, l´inquietudine è forte, e ci vuol poco a finire in un vicolo cieco.Quanto all´Università, siamo di fronte - e già da mesi - all´annuncio di una morte. Avverrà fra l´inverno e la primavera del 2010. Se i provvedimenti assunti da questo governo non verranno modificati, in quell´arco di tempo gli Atenei si vedranno trasferiti dallo Stato circa 600 milioni di euro in meno, rispetto alle già magre quantità attuali: su un budget complessivo, cioè, che non arriva a sette miliardi. Tenuto conto della composizione della spesa - con la grandissima parte dei fondi statali destinati alla retribuzione del personale, docente e tecnico amministrativo - si tratta di una riduzione assolutamente insostenibile.Una specie di devastante bomba a orologeria, innescata non in conseguenza della crisi dei mercati finanziari, ma già da prima e a freddo, con l´unico effetto di creare un´ennesima e gravissima emergenza, un altro stato d´eccezione scaraventato sulle famiglie italiane - soprattutto sulle giovani generazioni, il cui futuro si mette così a rischio in modo irresponsabile. Le Università - almeno una forte maggioranza - dovranno dichiarare lo stato d´insolvenza, e probabilmente non saranno più nemmeno capaci di pagare gli stipendi. Secondo quanto prescrive la legge, verranno commissariate dal ministero. Per farne che? Chiuse, vendute ai privati, una volta scorporati i loro debiti, come Alitalia? Non si sa. L´unica certezza è questa: che dopo non esisterebbe più, e di colpo, un sistema universitario italiano in grado di funzionare. Per un Paese moderno, sarebbe l´apocalisse. È possibile che qualcuno la voglia davvero? E cosa accadrebbe, poi? L´Università italiana è attraversata da distorsioni non superficiali, sulle quali si avventa da tempo un qualunquismo scandalistico e trasversale, di destra e di sinistra. La radiografia di questi mali è una registrazione impietosa di quasi tutte le ombre della nostra storia repubblicana: dalla miopia e dal provincialismo di una parte cospicua delle classi dirigenti, a una cultura sindacale che, quando è uscita dalle fabbriche per entrare nel pubblico impiego, ha finito con l´assumere quasi sempre un ruolo conservatore, schierato a difesa di piccole nicchie di privilegio. E vi sono, poi, certo, responsabilità più dirette che riguardano il comportamento del ceto accademico. Ne rispondiamo.E in particolare, resta il fatto che abbiamo usato generalmente in maniera deludente e corporativa uno strumento prezioso: l´autonomia degli Atenei, voluta dal più grande ministro dell´università che l´Italia abbia avuto nel dopoguerra - l´indimenticabile Antonio Ruberti. Ma siamo però riusciti a costruire negli ultimi decenni - pur partendo in grave ritardo - un´università di massa le cui performances complessive sono fra le prime del mondo (come rivelano bene gli dati del QS World University Rankings, la cui lettura consiglio a tanti critici improvvisati): con laureati che non temono confronti rispetto alla media europea e americana. E con docenti che girano ancora a testa alta da Parigi a Los Angeles. Immaginare adesso che tagli di bilancio della dimensione prevista siano una specie di resa dei conti, o una sorta di abnorme espiazione per gli errori commessi, non ha alcun senso istituzionale né politico: perché non siamo innanzi a una terapia, anche estrema, ma solo a una indiscriminata decimazione di massa, che si ripercuoterebbe innanzitutto su giovani senza colpa alcuna - quegli stessi che oggi stanno prendendo coscienza della loro condizione, e che forse la sanno già più lunga di quel che noi si pensi.La prima cosa è dunque battersi per scongiurare questa assurda minaccia: che il 2010 non sia la data di una morte premeditata, e che l´intero sistema universitario italiano possa attraversarlo indenne. Il ministro si impegni in questo senso di fronte al Paese. E insieme, le Università avviino un´autoriforma limpida e coraggiosa dei propri comportamenti e dei propri profili istituzionali. Per cominciare: riduzione drastica dei corsi di laurea, con un rapporto equilibrato fra lauree triennali e magistrali. Riduzione non meno severa del numero delle materie insegnate e degli esami da sostenere in ciascun corso.E poi ancora, riduzione delle sedi distaccate, la cui apertura indiscriminata si è spesso rivelata un´operazione soltanto clientelare, e revisione dei meccanismi di governance, per garantire esiti più trasparenti e con più ricambio. E infine autovalutazione, per individuare all´interno di ciascuna Università i punti di maggior forza qualitativa dal punto di vista della didattica e della ricerca. Risorse aggiuntive potranno essere conferite agli Atenei solo di fronte a risultati importanti raggiunti nelle direzioni indicate. Insomma, fondi in cambio di autoriforma.Sono convinto da tempo che, per quanto sia stata in genere male usata, l´autonomia universitaria resti un bene da difendere strenuamente, e che in questo campo lo Stato meno intervenga meglio è. Ma su alcuni pochi punti occorrerebbero provvedimenti tempestivi: il reclutamento della docenza; l´accesso dei giovani alla ricerca, con nuove regole per i dottorati; un sistema efficiente di valutazione per misurare il lavoro svolto da ogni università. Che il ministro (sinora silenzioso su questi temi) faccia la sua parte: ascolti, valuti, scelga; e poi, si presenti in Parlamento. È così che funziona la democrazia.
L´inasprirsi dello scontro sulla scuola � in Parlamento e nelle nostre città � è una pessima notizia per il Paese. Un´Italia preoccupata, abbuiata e stanca, sull´orlo di una pericolosa recessione (ma Tremonti ieri ha appena detto che ci aspetta qualcosa di ancora peggiore), avrebbe bisogno d´altro che di un´inutile prova di forza. Stia attento il presidente del Consiglio, e non sottovaluti l´iniziativa del Pd di chiedere un referendum. Le opinioni cambiano, l´inquietudine è forte, e ci vuol poco a finire in un vicolo cieco.Quanto all´Università, siamo di fronte - e già da mesi - all´annuncio di una morte. Avverrà fra l´inverno e la primavera del 2010. Se i provvedimenti assunti da questo governo non verranno modificati, in quell´arco di tempo gli Atenei si vedranno trasferiti dallo Stato circa 600 milioni di euro in meno, rispetto alle già magre quantità attuali: su un budget complessivo, cioè, che non arriva a sette miliardi. Tenuto conto della composizione della spesa - con la grandissima parte dei fondi statali destinati alla retribuzione del personale, docente e tecnico amministrativo - si tratta di una riduzione assolutamente insostenibile.Una specie di devastante bomba a orologeria, innescata non in conseguenza della crisi dei mercati finanziari, ma già da prima e a freddo, con l´unico effetto di creare un´ennesima e gravissima emergenza, un altro stato d´eccezione scaraventato sulle famiglie italiane - soprattutto sulle giovani generazioni, il cui futuro si mette così a rischio in modo irresponsabile. Le Università - almeno una forte maggioranza - dovranno dichiarare lo stato d´insolvenza, e probabilmente non saranno più nemmeno capaci di pagare gli stipendi. Secondo quanto prescrive la legge, verranno commissariate dal ministero. Per farne che? Chiuse, vendute ai privati, una volta scorporati i loro debiti, come Alitalia? Non si sa. L´unica certezza è questa: che dopo non esisterebbe più, e di colpo, un sistema universitario italiano in grado di funzionare. Per un Paese moderno, sarebbe l´apocalisse. È possibile che qualcuno la voglia davvero? E cosa accadrebbe, poi? L´Università italiana è attraversata da distorsioni non superficiali, sulle quali si avventa da tempo un qualunquismo scandalistico e trasversale, di destra e di sinistra. La radiografia di questi mali è una registrazione impietosa di quasi tutte le ombre della nostra storia repubblicana: dalla miopia e dal provincialismo di una parte cospicua delle classi dirigenti, a una cultura sindacale che, quando è uscita dalle fabbriche per entrare nel pubblico impiego, ha finito con l´assumere quasi sempre un ruolo conservatore, schierato a difesa di piccole nicchie di privilegio. E vi sono, poi, certo, responsabilità più dirette che riguardano il comportamento del ceto accademico. Ne rispondiamo.E in particolare, resta il fatto che abbiamo usato generalmente in maniera deludente e corporativa uno strumento prezioso: l´autonomia degli Atenei, voluta dal più grande ministro dell´università che l´Italia abbia avuto nel dopoguerra - l´indimenticabile Antonio Ruberti. Ma siamo però riusciti a costruire negli ultimi decenni - pur partendo in grave ritardo - un´università di massa le cui performances complessive sono fra le prime del mondo (come rivelano bene gli dati del QS World University Rankings, la cui lettura consiglio a tanti critici improvvisati): con laureati che non temono confronti rispetto alla media europea e americana. E con docenti che girano ancora a testa alta da Parigi a Los Angeles. Immaginare adesso che tagli di bilancio della dimensione prevista siano una specie di resa dei conti, o una sorta di abnorme espiazione per gli errori commessi, non ha alcun senso istituzionale né politico: perché non siamo innanzi a una terapia, anche estrema, ma solo a una indiscriminata decimazione di massa, che si ripercuoterebbe innanzitutto su giovani senza colpa alcuna - quegli stessi che oggi stanno prendendo coscienza della loro condizione, e che forse la sanno già più lunga di quel che noi si pensi.La prima cosa è dunque battersi per scongiurare questa assurda minaccia: che il 2010 non sia la data di una morte premeditata, e che l´intero sistema universitario italiano possa attraversarlo indenne. Il ministro si impegni in questo senso di fronte al Paese. E insieme, le Università avviino un´autoriforma limpida e coraggiosa dei propri comportamenti e dei propri profili istituzionali. Per cominciare: riduzione drastica dei corsi di laurea, con un rapporto equilibrato fra lauree triennali e magistrali. Riduzione non meno severa del numero delle materie insegnate e degli esami da sostenere in ciascun corso.E poi ancora, riduzione delle sedi distaccate, la cui apertura indiscriminata si è spesso rivelata un´operazione soltanto clientelare, e revisione dei meccanismi di governance, per garantire esiti più trasparenti e con più ricambio. E infine autovalutazione, per individuare all´interno di ciascuna Università i punti di maggior forza qualitativa dal punto di vista della didattica e della ricerca. Risorse aggiuntive potranno essere conferite agli Atenei solo di fronte a risultati importanti raggiunti nelle direzioni indicate. Insomma, fondi in cambio di autoriforma.Sono convinto da tempo che, per quanto sia stata in genere male usata, l´autonomia universitaria resti un bene da difendere strenuamente, e che in questo campo lo Stato meno intervenga meglio è. Ma su alcuni pochi punti occorrerebbero provvedimenti tempestivi: il reclutamento della docenza; l´accesso dei giovani alla ricerca, con nuove regole per i dottorati; un sistema efficiente di valutazione per misurare il lavoro svolto da ogni università. Che il ministro (sinora silenzioso su questi temi) faccia la sua parte: ascolti, valuti, scelga; e poi, si presenti in Parlamento. È così che funziona la democrazia.
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domenica 19 ottobre 2008
L'angolo del giornalaio
il titolo è tristissimo...
avevo pensato che in questo post e con i relativi commenti si potessero mettere degli articoli di giornali delle grandi testate nazionali...
Articoli che possano suscitare un po di curiosità,dibattito e che possano essere da linea guida per le nostre considerazioni sociologiche,politiche,economiche...
Io per questa domenica inizio proponendo l'editoriale di Scalfari:
http://www.repubblica.it/2008/04/sezioni/politica/scalfari-fondi-2/scalfari-19-ottobre/scalfari-19-ottobre.html
evito di postare tutto il testo, ma posto solo il link...
Ciao Giuseppe
22-10
posto il link di una serie di posizioni del governo,dell'opposizione per quanto riguarda le occupazioni e tutte le manifestazioni contro la 133/2008 oppure la riforma gelmini o ancora legge tremonti...
http://www.repubblica.it/2008/10/sezioni/scuola_e_universita/servizi/scuola-2009-2/parla-premier/parla-premier.html
avevo pensato che in questo post e con i relativi commenti si potessero mettere degli articoli di giornali delle grandi testate nazionali...
Articoli che possano suscitare un po di curiosità,dibattito e che possano essere da linea guida per le nostre considerazioni sociologiche,politiche,economiche...
Io per questa domenica inizio proponendo l'editoriale di Scalfari:
http://www.repubblica.it/2008/04/sezioni/politica/scalfari-fondi-2/scalfari-19-ottobre/scalfari-19-ottobre.html
evito di postare tutto il testo, ma posto solo il link...
Ciao Giuseppe
22-10
posto il link di una serie di posizioni del governo,dell'opposizione per quanto riguarda le occupazioni e tutte le manifestazioni contro la 133/2008 oppure la riforma gelmini o ancora legge tremonti...
http://www.repubblica.it/2008/10/sezioni/scuola_e_universita/servizi/scuola-2009-2/parla-premier/parla-premier.html
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Per fare buona politica non c'è bisogno di grandi uomini, ma basta che ci siano persone oneste, che sappiano fare modestamente il loro mestiere. Sono necessarie: la buona fede, la serietà e l'impegno morale. In politica, la sincerità e la coerenza, che a prima vista possono sembrare ingenuità, finiscono alla lunga con l'essere un buon affare.
Piero Calamandrei